eleonora mazzoni graphe

Ho intervistato l’attrice e scrittrice Eleonora Mazzoni per il blog Graphomania. Diventata famosa come scrittrice con Le difettose (romanzo che mi è molto piaciuto), torna in libreria con il racconto, Un Natale come tanti altri, pubblicato con la casa editrice perugina Graphe.it.

Tempo fa mi venne chiesto di intervistarla per un altro blog, ora chiuso. Con il permesso dell’autore del blog e della scrittrice stessa, vi ripropongo uno stralcio di quell’intervista, in cui scoprii un’autrice generosa, che non ha paura di affrontare temi delicati e dolorosi, come quello della maternità negata e dolorosamente ricercata.

Carla, la protagonista, cerca un figlio a tutti i costi, ma lentamente si emancipa da questa sua esigenza e comincia a riflettere sulla propria vita in modo più completo e profondo. È questa capacità che in qualche modo può fare la differenza tra l’essere/percepirsi umane oppure difettose?
Sì, siamo complete e perfettamente dotate senza dover aggiungere nulla (tipo: siamo complete se abbiamo un figlio, se abbiamo un uomo, se abbiamo i soldi, ecc. ecc.). Seneca, lo scrittore preferito di Carla, che ad un certo punto si trasforma in un vero e proprio personaggio, visto che con lui intraprende dei dialoghi, le dice:

Impara a godere.
Ti assicuro, Seneca, l’ho sempre fatto. Sono amante dei piaceri, volitiva, festaiola. Se mi avessi visto l’altra sera con Gino, non mi daresti questo consiglio. Questa di cui parlo e a cui tento di condurti è una gioia duratura, che nasce e si espande da dentro. Dentro ho solo due fecondazioni artificiali fallite, due aborti naturali riusciti, piu una serie di micro sconfitte mensili all’arrivo delle rosse. E un aborto volontario venticinque anni fa.
Non porre la tua soddisfazione in potere altrui. Tendi alla vera gioia e sii felice di ciò che ti appartiene. Mi domandi che cosa ti appartiene?
Sì, dimmelo.
Sei tu stesso e la parte migliore di te.
Un figlio, quindi, non cambierebbe nulla? E dentro di me il campo di battaglia?.

E sono proprio queste domande finali che le lavorano dentro trasformando la percezione di sé e la vita.

Ad un certo punto, Carla si rende conto di essersi lasciata andare, forse troppo:

Li conoscevo a menadito i trucchetti che noi donne impariamo presto: un certo sguardo, una risata, un reclinare il capo sulla spalla. Mi bastava un gesto, uno solo, per attirare l’attenzione. Ora il meccanismo si è arrugginito. Nel prepararmi a diventare madre ho assassinato la mia femminilità.

Quanto è ancora presente nella nostra cultura la dualità madre/amante? A volte sembra che il nostro corpo possa esistere solo in queste due chiavi, quindi sempre e solo in relazione ad un ruolo, ad un’alterità che ne determina il senso. Soprattutto sembra che le due identità non possano coesistere.
La dualità madre/amante è ancora presentissima, mentre la maternità ha una sessualità, non sempre facile da scoprire, ma ce l’ha.
La donna è “una” e dentro a quell’uno c’è tutto. Separando si depotenzia il potere femminino, che da sempre spaventa e destabilizza. Una grande ostetrica americana, Ina May Gaskin, ritiene che anche il parto sia un evento sacro, libero, sessuato e invita a non viverlo come una punizione per la propria sessualità. In questo senso Carla, pur essendo una donna in gamba e anticonformista, nel prepararsi a diventare madre, come spesso succede, sacrifica il suo erotismo.
Per riemergere mette alla prova la sua capacità di piacere, quindi affidando allo sguardo altrui il proprio valore, per ritrovarlo alla fine unicamente dentro di sè.

Carla affronta un passaggio importante per molte quarantenni ovvero la scoperta che la sua esistenza, che i suoi desideri possono essere diversi da ciò che sono stati fino a quel momento. Hai riscontrato questo terremoto tra le tue lettrici o tra le donne che incontri abitualmente? Perché, secondo te, le scosse cominciano proprio in questa fase della nostra vita?
I 40 si trovano “nel mezzo di cammin di nostra vita” e come tutti gli snodi importanti implicano riflessioni, conti, rinnovamenti, rilanci, sia che si sia riuscite a realizzare presto la famiglia e magari anche il lavoro( e allora si entra in crisi, si allarga la famiglia e si cerca di cambiare il lavoro, di trovarne uno più coinvolgente o più adatto), sia che si sia vissute in maniera libera e anarchica (e allora si sente l’esigenza di una “forma” più precisa).
Spesso si ha l’impressione che si sia perso qualcosa, come non essersi presentate a qualche appuntamento importante dell’esistenza, e che ora il tempo stia con il fiato sul collo. Si teme che manchi. Che sia troppo tardi. Soprattutto per l’appuntamento “maternità”, che a 40 anni per una donna diventa fuori garanzia. Oggi la vita si è allungata e, grazie alla chirurgia estetica, alla medicina, a palestre, creme, stili e comportamenti più sani, anche una specie di “falsa” giovinezza si è protratta.
Invece in un reparto di procreazione assistita intorno ai 40 diventi irrimediabilmente vecchia. Come dice Carla: “Non esistono lifting alle ovaie”. E ci si può sentire spacciate. Questo mi sembrava un buon punto di partenza per una riflessione più ampia sul tempo. E’ infatti da lì che Carla comincia a dialogare con Seneca. Che ci invita a riconsiderare in maniera più accurata questo bene prezioso, che sprechiamo e di cui ci facciamo depredare. Che ci consiglia di stare ancorati al presente.

In un passaggio importante del romanzo, Carla ricorda l’aborto scelto e vissuto a 15 anni, con l’aiuto di sua nonna:

“Sono scivolata giú, ancora di piú, dove tutto diventava nero. Era cosí fermo e silenzioso. Immobile. Poi, come un palombaro senza piú ossigeno, sono tornata alla superficie con il vuoto nella testa. Il raschiamento era finito. Mia nonna mi stava accanto. «Prendi tutto il tuo dolore e mettilo in una scatola. La porterai con te» e mi ha toccato il centro del petto. «Chiusa».”

Questa prassi del dolore riposto in una scatola chiusa sembra tipico di noi donne. Anche quando parliamo molto, in realtà non esterniamo mai davvero la nostra sofferenza. Può anche la rivendicazione del dolore essere un punto di partenza per la nostra crescita? Possiamo insomma spostarci dal silenzio verso una parola che libera?
E’ vero. Parliamo molto ma non riusciamo a comunicare né il dolore né l’affetto. Una specie di pudore “borghese” ce lo impedisce. Questa incapacità rende secchi i rapporti. Nel corso del romanzo Carla, attraverso le chat e gli incontri con le altre fivettare, prova a raccontare, in modo forse un po’ naif, la sua sofferenza. E alla fine, dicendo a sua madre quell’amore che aveva sempre aspettato che fosse lei a esprimerle, crea una breccia nella sua solitudine profonda.

Il romanzo non è autobiografico, non completamente, ma c’è in questa storia una piccola parte della tua. È stato difficile rielaborare le tue esperienze attraverso il romanzo? Scriverlo ha cambiato in qualche modo la tua vita?
Più che difficile è stato un piacere. Faticoso è stato l’impegno. Anche se il romanzo sembra così lieve da essere stato scritto di getto, ci ho impiegato un anno e mezzo, tutti i giorni, comprese le domeniche, almeno 8-10 ore al giorno. Il primo capitolo ad esempio, importante per trovare il tono, lo stile, con cui raccontare la storia, l’ho riscritto più di 30 volte. Tanti capitoli, tante pagine sono state tagliate: dalle iniziali 440 sono diventate 172. Ma quel tempo è stato meraviglioso. Un viaggio entusiasmante che ho fatto insieme a Carla e che mi ha dato come lei la possibilità di non sentirmi più difettosa. Lo scrivere ha rappresentato una forma diversa di maternità e di parto. Poi la vita si è mostrata nei miei confronti benevola. Il 31 marzo ho consegnato la versione definitiva del romanzo in Einaudi e il 15 aprile ho scoperto di essere incinta.

Le difettose è molto lontano dai soliti cliché della letteratura così detta al femminile. Credi ci sia spazio nell’attuale panorama editoriale per una nuova narrativa che esca da questi parametri e che racconti il mondo delle donne senza essere qualificata come “letteratura per donne”?
Me lo auguro. Le autrici che amo non fanno “letteratura per donne” (da Colette alla Oates, dalla O’ Connor alla Mazzucco). Sento che c’è bisogno di un punto di vista femminile anche nella letteratura. In teatro e in cinema sono soprattutto gli uomini che scrivono e guarda caso le attrici di tutto il mondo si lamentano di non trovare ruoli interessanti. Per non parlare dei classici. Nei testi di Shakespeare sono previsti 20 personaggi maschili e 3 donne (ai suoi tempi comunque recitati da uomini). Questo per dire che ho voglia di vedere la realtà messa a fuoco da una lente femminile.

Da attrice a scrittrice: come si influenzano questi due aspetti della tua vita?
Tutto è passato attraverso l’arte della recitazione. Anche lo studio al liceo classico e all’Università l’ho fatto con coscienza, passione e dedizione però è rimasto a livello di testa. Come attrice invece ho “imparato a imparare” anche con le emozioni, il corpo, l’anima. L’attrice ha regalato alla scrittura la capacità di costruire un personaggio a tutto tondo, la coerenza psicologica, il levare e il togliere, il fare, disfare e rifare, il senso del ritmo, il sottotesto nei dialoghi. Ancora non so cosa la scrittrice regalerà all’attrice ma sono sicura che, quando riprenderò a recitare, mi troverò un bel bottino.

Tra le “personagge” che hai interpretato nella tua carriera quali hanno lasciato il segno?
Sono molto affezionata alla Mara de “L’annuncio a Maria” di Paul Claudel, a un Goldoni (“L’impresario delle Smirne”) un po’ folle (con l’attore strehleriano Renato De Carmine, un violinista transgender e una cantante trans con 5 ottave di voce), a “La cuoca”, testo vincitore del premio Diego Fabbri, ai personaggi bislacchi che ho interpretato al cinema insieme a Giovanna Mezzogiorno per la regia di Eros Puglielli e alla protagonista di un corto, L’indifferente, liberamente tratto da un racconto di Proust.

Ti va di consigliarci un altro paio di libri di scrittrici non famosissime ma che stanno emergendo o che secondo te dovrebbero emergere?
Direi Elisabetta Ossimoro, una ragazza giovane, laureata in Filologia romanza, che ha scritto il suo romanzo d’esordio a 19 anni. Si tratta di “Nix”, edito da Sangel edizioni: la storia di un ragazzo molto intelligente, maturo e colto, della sua fidanzata, dei suoi due amici e delle piccole-grandi tragedie che affrontano nell’ultimo anno di liceo. Poi Alessandra Neri, insegnante di lettere classiche che con “Nove mesi” (Il Maestrale edizione) racconta in modo intenso, secco, scabro non una gravidanza ma la degenza in ospedale di una donna non ancora quarantenne malata di cancro.

NOTA: questo articolo è uscito sul mio precedente blog “bloggercreativa” ora chiuso.

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