Quando immaginavo di diventare famosa, una scrittrice di talento, immaginavo anche la scoperta dei miei diari, delle numerose corrispondenze che intrattenevo con amici in tutta Italia e a volte nel mondo. Erano i sogni di una ragazzina, ridimensionati prontamente dalla fatica dello scrivere e dalla consapevolezza che non sarei mai diventata un nuovo Camus.DIARY WRITING

I diari però li avevo e le lettere anche, in grande quantità. Molte, come spesso si dice delle donne, non le avevo neanche spedite. Naturalmente, quando ho realizzato che per scrivere un diario importante dovevo prima aspirare ad una certa grandezza di spirito, e poi realizzarla, li ho guardati con occhi diversi. Ed eliminati senza pietà.

Va da sé infatti che, in caso di morte in giovane età, la prima persona a sapere tutto di me sarebbe stata mia madre.

Sto però divagando. La domanda di oggi è: uno scrittore deve aggiornare periodicamente un diario? Sì? No? Perché? Inoltre: un blog ha lo stesso valore di un diario? (A questo proposito, per la serie aggiornamenti di miti letterari, Holmes e Watson, nella più recente versione televisiva con Cumberbutch e Freeman hanno rispettivamente un sito e un blog).

Sono convinta che aggiornare periodicamente un diario non sia soltanto un modo per esprimere i propri sentimenti o per mettere nero su bianco un evento (pensiero, emozione) che non vorremmo dimenticare.

Un diario, redatto in silenzio, al riparo dagli sguardi e dalle considerazioni altrui, ci consente di mettere a fuoco i nostri pensieri, di trovare un punto di equilibrio, ma anche, paradossalmente, di “squlibrarci”; ci aiuta ad esercitare la nostra capacità narrativa; ci consente di raccogliere tutti quei dettagli personali che corroboreranno e ispireranno molte nostre storie, senza comparire mai esplicitamente.

Scrivere un diario significa entrare in contatto con se stessi, con i propri sogni, i propri fantasmi e sì, in parte ci aiuta, una volta scritto, a ritrovare aneddoti curiosi, a scoprire come ci sentivamo in un dato momento, come percepivamo il mondo e le relazioni.

Un diario è un personale campo di battaglia, da vivere con la maggior sincerità possibile, liberi persino dalla paura di commettere un errore ortografico o sintattico, di usare le parole sbagliate (quanti suggerimenti e ispirazioni, poi, nascono da certi errori).

Ecco, un diario non è però un blog. Sembrano identici, ma sono soltanto simili. Scrivere non è digitare, sono due atti distinti. La scrittura a mano, specialmente in corsivo, sollecita e solletica già di per sé alcune funzioni cerebrali ed è strettamente personale, riconoscibile, unica.

La scrittura al computer è impersonale, più pratica, ma anche, in questo suo apparire organizzata e perfetta, ingannatrice. Molti testi composti per un blog o un sito rivelano le proprie imperfezioni solo se stampati e letti su carta.

Inoltre il blog ci spinge ad una certa visibilità. Anche aprendolo anonimamente o sotto pseudonimo ci sottopone allo sguardo altrui e quello sguardo, per quanto possa apparire incredibile, riesce a condizionare fortemente l’espressione dei nostri pensieri.

Se capita spesso di mentire a noi stessi anche su carta, nella rete la trappola di un falso sé pronto a raccogliere consensi o comunque reazioni (c’è chi si nutre dei commenti degli haters, è lì che li aspetta per sentirsi felice) è costante.

Il blog, per uno scrittore, diventa utile quando non nasce come un diario personale in senso stretto, ma come strumento di relazione o banco di prova per i propri scritti (ma di questo e di quello che scovo online vi racconterò un’altra volta).

NOTA: QUESTO POST È STATO PUBBLICATO IL 22 GIUGNO NEL MIO PROFILO LINKEDIN

Foto | diary writing

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