musica per un amore proibitoHo avuto l’opportunità di leggere Musica per un amore proibito di Hanni Münzer, tradotto da Lucia Ferrantini per la Giunti. Lo trovate in vendita da oggi al prezzo di 11,90 euro (sul sito della casa editrice potete usufruire dello sconto del 15% e leggere un estratto del libro) per il tomo in carta e di 6,99 euro per l’ebook (attenzione, protetto da DRM).  Anche se vengono citate quattro generazioni di donne, il romanzo è centrato sulla storia della giovanissima Deborah, figlia di padre ebreo e madre tedesca, che si trova ad affrontare il nazismo dapprima in veste privilegiata (protetta da un patrigno che vuole che diventi sua amante) e poi da partigiana.

Molti dei personaggi sono storicamente esistiti (ma non vi anticipo niente per non rovinarvi il finale) anche se le loro storie sono state giustamente piegate alle necessità del romanzo. La ricostruzione del clima che regnava in Germania ai tempi del nazismo sembra corretta (dico sembra semplicemente perché l’ho studiata e non vissuta, ma sembra che l’autrice abbia fatto un buon lavoro).

La protagonista è convincente e accattivante, un misto di ingenuità e forza che piacerà alle lettrici. Deborah, che il suo patrigno e poi amante costringerà a farsi chiamare Maria, quando l’antisemitismo raggiunge il suo picco, cresce in fretta, avendo perso un padre amorevole, una madre che ha fatto di tutto per permettere alla propria famiglia di sopravvivere e essendo responsabile di un fratellino che vive, senza saperlo, sotto la costante minaccia della deportazione.

È una giovane donna che si fa del male per poter sopravvivere al dolore che porta dentro e al costante senso di impotenza che l’accompagna. L’amore per il dolore costituirà un legame molto forte tra lei e colui che troppo tardi comprenderà essere il suo carceriere. Sperimenterà l’amore per due uomini, di cui uno le consentirà il ritorno ad una vita apparentemente normale. Ma Deborah normale non lo sarà mai e mai sarà in grado di amare pienamente se stessa e sua figlia. Ecco, mi fermo qui perché ho già detto troppo.

Come dicevo, la Deborah è una protagonista di valore. Quello che mi lascia perplessa, invece,  sono la prima e l’ultima parte del libro, che sembrano quasi messe lì a forza, per creare un aggancio con le lettrici di oggi. Secondo me, la terza e quarta parte sono il vero romanzo, con una certa coerenza narrativa e di ritmo, che non riscontro nelle altre due. La storia si regge in piedi benissimo da sola e i rimandi alle successive generazioni, che pure sono utili per comprendere la portata degli eventi storici e il loro lavorare nel tempo, sembrano davvero pretestuosi.

Per le prime settanta pagine circa, mi sono  dovuta impegnare per mantenere viva la mia attenzione. Dopo invece, ho divorato la storia, per rimanerci di nuovo male nel tornare al presente. Sarà che mi ha lasciata perplessa l’idea che chi conosce un po’ di latino possa capire l’italiano e che un prete che ha studiato ebraico antico (oddio, ammetto che il personaggio possa ipoteticamente aver studiato l’ebraico moderno per passione, ma solitamente i futuri sacerdoti studiano l’antico) possa tradurre agevolmente l’ebraico moderno. Sarà che ho trovato stereotipato proprio il personaggio italiano, pienotto, sudaticcio, col tovagliolo agganciato al colletto mentre mangia pasta e fagioli…

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