love coppia san valentino

Quando ho cominciato a scrivere, mi sono resa conto che, nonostante le mie buone intenzioni, mi ritrovavo sempre a scrivere d’amore. Se non era amore, si trattava di attrazione fisica. In ogni caso, se fossi stata una sceneggiatrice cinematografica televisiva, non avrei superato (non supero) il test di Bechdel.

Di cosa si tratta, chiederete voi. Presto detto: Alison Bechdel è una disegnatrice di fumetti. In una sua tavola del 1985, una donna dice ad una sua amica che, perché possa essere interessata a vedere un film, questo deve:

  1.  avere almeno due “personagge”
  2. che parlano tra di loro
  3. di qualcos’altro oltre che di uomini.

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Ordunque, nelle mie storie le donne sono sempre protagoniste e parlano spesso tra di loro e fin qui tutto bene. Al punto terzo vengo bocciata senza remore: discorrono d’amore, di sesso, di uomini, di relazioni.

Come la mettiamo, mi sono detta? Non sono forse io la stessa persona che considera Carrie e le sue amiche niente affatto emancipate come vogliono farci credere? (Eccezion fatta per la mitica Samantha, che rispetta davvero il titolo Sex and the city).

Ho scritto un unico racconto, per giunta sotto falso nome, in cui la protagonista non parla di uomini semplicemente perché ha una fidanzata. Parla comunque di coppia e di relazioni.

Così mi sono chiesta quanti romanzi che ho amato parlano d’amore e quanti no. Prendiamo, ad esempio, Moby Dick, Anna Karenina, Outlander, Il quinto vangelo e, per riprendere le ultime letture, Macbeth e Amleto.

Eccezion fatta per storie come Moby Dick, è davvero difficile trovare classici o contemporanei che non menzionino le relazioni affettive dei protagonisti. D’accordo, menzionarle non implica farne l’oggetto principale della conversazione.

Tuttavia neanche gli avventurieri più audaci possono fare a meno delle loro donne e del turbamento che sono in grado di suscitare dentro di loro. Prendete, per dire, Il conte di Montecristo.

Il fatto è che non possiamo non parlare d’amore e non interessarci all’amore. Persino in quest’epoca narrativamente favorevole ai serial killer e ai più efferati omicidi (sono una fan del detective Olivia Benson di Law and Order), ci sono psichiatri che spiegano ai poliziotti perché il tizio che hanno catturato sia così violento. Spesso, non sempre, ma spesso, si tratta di mancanza di amore e abusi subiti nell’infanzia.

Quindi, ricapitolando, da un lato c’è un limite certo della narrativa quando si concentra sulla relazione di coppia come l’unica significante per una donna (gli uomini ne parlano mentre fanno altro, le donne ci fanno ruotare attorno tutta la vita e quindi il romanzo).

Dall’altro c’è l’innegabile necessità di parlare d’amore perché esso ci definisce, ci struttura, ci abbrutisce, ci migliora, ci costruisce. Dall’amore dei nostri genitori, a quello per noi stessi all’apertura al prossimo.

A volte mi chiedo se non dovremmo ribaltare questo punto di vista: siamo noi donne che parliamo troppo d’amore o sono gli uomini che ne parlano poco? In questo caso credo che, naturalmente, la verità si trovi a metà strada. Nel quotidiano non può significare tutto ogni istante, ogni giorno. Nella vita, però, come nei romanzi, ridurne la portata significa anche ridurre la caratterizzazione dei personaggi.

Ogni tanto mi chiedo, per esempio, perché diamine Achab era così catturato dal capodoglio. No, tranquilli, non lo faccio sdraiare sul lettino. Moby Dick è già complesso e ricco di suo.

Nella letteratura di riferimento per le donne è comunque importante che avvenga un cambio di rotta, che nascano, come sta già accadendo, eroine per cui l’amore è parte fondamentale dell’esistenza, ma non non l’unico impegno quotidiano.

La domanda a questo punto, per quanto mi riguarda, è cosa voglio fare io in proposito. Mi toccherà rifletterci proprio domani, che è San Valentino?

Foto | Depositphotos

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