Diciamoci la verità, ora che siamo da soli, io e te: quanto vorresti riuscire a pubblicare uno di quei romanzi che vendono quadrilioni di copie e sistemarti a vita? A me piacerebbe. Certo, gli ultimi exploit editoriali non parlano di opere che cambieranno la vita altrui e che diventeranno dei classici da tramandare ai propri figli. Ma cosa importa? Di fronte ai quadrilioni di copie vendute…do you stereotype-

Così arriva il giorno in cui ti metti davanti al pc e cominci a sciorinare trame e personaggi che sai faranno presa sul pubblico dei lettori. Poi ti fermi. Ti chiedi se davvero il mondo abbia bisogno di un’altra eroina imbranata, perennemente a dieta, prossima a impalmare un miliardario. Ti chiedi allo stesso modo se servano ancora descrizioni, prive di pudore letterario e umano, di cadaveri, autopsie, violenze.

Sì, ti rispondi, certo che sì, io voglio vendere!

Ah, scusa, ho sbagliato risposta. Di solito, dopo qualche riga buttata lì, il bravo scrittore o forse dovrei dire l’onesto scrittore, lascia perdere e cerca la propria voce narrante. Per un romanzo acchiappa soldi si possono usare le ore di minore lucidità, mentre in quella manciata di minuti che riusciamo a riservare alla nostra passione è meglio concentrarci su un testo che ci renda fieri di noi stessi.

Detto questo, passa un po’ di tempo e rileggendo la tua storia qualcosa non quadra. Non doveva essere un’opera di valore letterario? Da dove sono spuntate allora quelle inesattezze? E quegli stereotipi? Maledetti, sono dappertutto.

Una volta, me lo ricordo benissimo, stavo dando un’ultima occhiata ad un racconto che volevo proporre per una pubblicazione. Ero fiera della mia protagonista perché non somigliava a nessun’altra (è come con i bambini, ogni scarrafone…). Insomma, leggo e rileggo e mi rendo conto che, per farla sembrare emancipata, avevo scritto una frase di questo tipo:

Ciao! Sono Gloria e non sono una donna come le altre bla bla bla bla, non vesto taglia trentotto e a volte mi concio da maschiaccio bla bla bla

Maschiaccio? Taglia trentotto? Che roba è? Io sono puntigliosa, sono una che rivendica il diritto delle donne a non giustificarsi, mai, per come sono vestite, per quanto pesano, per come si truccano. Devo ammetterlo, m’è preso un colpo. Mi sono resa conto che senza rendermene conto ci sono dei luoghi comuni pseudo letterari che si sono fatti strada nella mia immaginazione.

C’è stato un tempo in cui per guadagnare recensivo e leggevo qualsiasi cosa. C’è stato un tempo in cui, con una neonata, dovevo leggere qualsiasi cosa perché Tolstoj non è il massimo per chi è alle prese con la mancanza di sonno. Non mi ero resa conto che abbassare il livello delle mie letture aveva anche ridimensionato la mia immaginazione e la mia capacità di scrivere.

Quindi, tornando a noi. Se stai cercando di scrivere una storia che venda senza problemi, buttati sugli stereotipi, attingi a piene mani e lavorali al meglio delle tue possibilità. Se sei un bravo scrittore magari riesci a prendere ingredienti non eccelsi per farne comunque un piatto commestibile.

Se invece vuoi distinguerti, trovare una tua voce, far nascere dei personaggi e poi dei protagonisti che siano soltanto tuoi allora fai attenzione a quei luoghi comuni, a quelle facili caratterizzazioni che porti sicuramente, anche se involontariamente con te.

Magari, nel periodo in cui stai costruendo la storia, concentrati sugli scrittori che ti ispirano maggiormente. Rinuncia a tutto il resto, ai pessimi libri come ai pessimi telefilm (ci sono comunque sceneggiatori sorprendenti da seguire, come per esempio Aaron Sorkin).

Insomma, pensati un po’ come al Rocky della situazione e allenati, allenati, allenati. Occhio però a non urlare Adrianaaaaa! a tutto il vicinato quando hai finito la stesura del tuo capolavoro.

 

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