dabutttare

Ieri sera, prima di addormentarmi, ero tutta rinchiusa nella mia testa. Il corpo aggrovigliato, il respiro che non voleva saperne di muoversi lento e ritmico, la sensazione di non potermi liberare dalla gabbia della paura.

Gli attacchi di ansia e di panico non sono una novità per me, ma questa volta la paura era concreta. Non un mostro che nasce dal mio passato e lavora sulle incertezze presenti, ma uomini armati, terroristi o labili di mente, che possono colpire in qualsiasi momento. Non soltanto me, ma anche la mia famiglia.

Ho chiuso gli occhi sperando di dormire. Non c’era troppo caldo. Sono sprofondata nell’incoscienza fino al mattino. Quando ho riaperto gli occhi, ho sentito le mie braccia e le mie gambe e il mio seno e la mia pancia come se avessero un contorno. Non ero sfumata via, come al solito, nella coda lunga del terrore.

Sono andata a farmi una doccia e i colori del bagno, del telo di spugna, il bianco della vasca sono diventati intensi. Ho una casa, ho pensato. Ho una figlia, mi sono detta. Posso amare. Un uomo, nel mio caso.

Per la prima volta tutto ha preso consistenza. Tutto è diventato reale. Il senso di vuoto, quell’impressione di avere sempre troppo poco, di non essere in una posizione economica soddisfacente, quell’abitudine a lamentarmi sono scomparsi. All’improvviso, la precarietà dell’esistenza non è stato più un guazzabuglio filosofico, ma un’evidenza. Cibo, amore, sesso, la brezza della sera, un libro da leggere in terrazza. Mi sono sentita. Sì, punto. Mi sono sentita. Contornata, inspessita, consistente, con o senza panico, con o senza soldi.

Foto | The Thinker in the Dark – A5 via photopin (license)

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