fingerprint elena ferrante chi è C’è la caccia alle streghe e poi c’è quella a Elena Ferrante. Perché non la si voglia lasciare in pace non si sa. Probabilmente hai letto dell’inchiesta de Il sole 24 ore che in questi giorni sta scatenando polemiche tra lettori e scrittori. Un giornalista, Claudio Gatti, ha fatto ricerche approfondite per scoprire chi si celasse dietro lo pseudonimo.

Te lo dico: a me il suo articolo è sembrato un tantino “pornografico”. Quando ho letto:

Un’analisi dei redditi registrati da Edizioni e/o e da ***** negli ultimi anni, quelli del boom della tetralogia de L’amica geniale, è illuminante. Nel 2014 il bilancio di Edizioni e/o Srl riporta ricavi per 3.087.314 euro, con un aumento di oltre il 65% sul 2013. Nell’anno successivo, il 2015, il balzo è ancora più significativo: i bilanci si chiudono a 7.615.203 euro, pressappoco il 150% in più rispetto al 2014.

mi sono sentita come se stessi sbirciando dal buco della serratura. Non amo i libri della Ferrante, ma anche se mi piacessero non mi importerebbe sapere chi si cela dietro quel nome. Credo che ogni scrittrice e scrittore abbia diritto a scegliere come e quando rendere pubblico il proprio nome. Credo che non sempre per apprezzare un’opera sia necessario conoscere la vita di chi l’ha scritta (al massimo se dobbiamo farne un’edizione critica, che necessita di riferimenti biografici accurati). Trovo fuori luogo anche il riferimento ai suoi guadagni.

D’altra parte, oggi scrivere ha a che fare con un mondo simile, per certi versi, a quello dello star system. L’autore deve diventare visibile, la gente vuole sapere. Al pari dei suoi libri, anche lo scrittore è un prodotto. Le opzioni degli editori suoi tuoi libri comprano spesso anche la tua vita privata e visto che la Ferrante ha ottenuto una risonanza internazionale, deve cominciare a pagarne il prezzo. O no?

Mettiamo da parte il caso Ferrante, che si pone oggi come indicazione per altri generi di riflessione perché, è vero,  la Ferrante viene accusata di aver fatto gioco, con la storia dell’anonimato, al suo successo (e continua a non replicare all’articolo di Gatti) e Gatti viene accusato di aver esagerato, ma forse il problema siamo noi.

Abbiamo davvero il diritto di sapere tutto della vita di uno scrittore? Una scrittrice non  ha forse il diritto di trincerarsi dietro l’anonimato? (Ovviamente non è mai anonimato perfetto, tra gli addetti ai lavori si sa chi ha realizzato il manoscritto). Ha senso un’indagine come quella di Gatti, che spulcia e ci fa conoscere cifre e guadagni? In fondo la signora non è accusata né di frode né di evasione fiscale.

Siamo tutti prenda della sindrome da Grande Fratello? Che poi, diciamolo, non ha a che fare con la questione politica sviluppata da Orwell, ma con una triste realtà: dall’essere interessati all’altrui esistenza al pettegolezzo che riempie le nostre giornate il passo è breve.

Insomma, tutto ciò che ruota intorno al fenomeno Ferrante è importante non per la storia in sé, ma per quello che ci racconta di noi stessi, come lettori, scrittori, editori, giornalisti, complottisti, caciaroni. Tu cosa ne pensi?

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