panico, paura, down

Breve riassunto del panico nella mia vita, prima di raccontarvi come si intreccia alla scrittura.
Ho avuto il mio primo attacco a undici anni. Certo, non sapevo cosa fosse, allora, e tantomeno potevano identificarlo le persone che mi sono state accanto. 

La mia infanzia, la pubertà, l’adolescenza, la giovinezza, li ho passati tra periodi buoni e meno buoni, sempre in balia dell’ansia, di incubi, sempre limitata nelle mie scelte, senza saperlo, da questa corda che mi teneva al guinzaglio.

Durante la giovinezza, nel periodo post laurea, ho avuto dei momenti di rara libertà, determinati dall’entusiasmo del corso di giornalismo che stavo seguendo, dal vivere a Roma, da una filosofia di vita piuttosto positiva (vediamo cosa mi accade di bello stamattina, il mondo è pieno di imprevedibili sorprese e di brave persone). È un periodo che, nonostante momenti difficili, mi ha regalato il coraggio di fare molte cose e, diciamolo pure, di spassarmela in alcuni momenti.

Poi sono di nuovo peggiorata. A trent’anni sono andata in terapia (il primo terapeuta era terribile e l’ho mollato quasi subito, a volte non si presentava alle sedute e neanche avvisava). Non che non ci avessi provato prima, a chiedere aiuto, ma venivo dissuasa dalle persone che in quel momento erano il mio riferimento adulto. Il pregiudizio sul lavoro degli psicologi è duro a morire.

Insomma, ho detto che l’avrei fatta breve ed eccomi qua: a quarantasei anni, davanti a un computer consapevole del fatto che

più mi concentro sulla scrittura, più le possibilità di mantenere un equilibrio emotivo aumentano. Scrivere mi consente di focalizzare il mio tempo, di lasciarmi le paure alle spalle, di sentirmi gratificata, di scaricare adrenalina come se facessi una sessione intensiva di sport.

Quindi scrivere è la panacea per la sottoscritta?

Non sempre. Se affronto un tema per me complesso, difficile, che riguarda la mia vita e le mie emozioni da vicino, allora si rivela un arma a doppio taglio:

tutti i sentimenti che custodisco gelosamente e che ribollono quieti sotto la cenere esplodono all’improvviso. Mi travolgono, come se li stessi provando nuovamente in quel momento. È un effetto a breve termine, per fortuna. Nei periodi di scrittura intensa resto intontita, come in un post sbornia, per una settimana.

Le mie protagoniste manifestano ansia occasionale, ma sono donne che di solito prendono l’iniziativa e gestiscono al meglio la loro vita (loro non sono me, per fortuna direi). Ieri sera, però, mentre riflettevo su questo aspetto della mia vita, mi sono detta: perché non permettere a una di loro di trovare la propria strada con annessi attacchi? Così ho buttato giù la scaletta per un romanzo ironico, con cui affrontare apertamente il tema dell’ansia e del panico. È prevista una notevole dose di ironia, perché voglio che si diverta.

Come ha sempre detto il mio terapeuta: ciò che ti salva dallo sprofondare sono la curiosità e l’ironia. E la voglia di scrivere.

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