kermit drunk girl

Le appassionate di Una mamma per amica saranno state ben felici di rincontrare, grazie a Netflix, le Gilmore Girls. Personalmente non credo in questi ritorni, perché è straniante vedere personaggi che dovrebbero mostrare i segni dell’età, degli anni trascorsi, imbalsamati e impietriti da trattamenti estetici di vario genere. O magari li tiene su l’alcool.

A ogni modo, non posso fare a meno di chiedermi: perché ‘ste donne bevono tanto? Prima si facevano di caffè e junk food, ora vanno di superalcolici (il che è un controsenso, visto quello che viene detto nel finale). Non è una novità, naturalmente: le eroine di molta chick lit non fanno altro che bere e ubriacarsi e vomitare, perdere i sensi. Perché? Perché altrimenti non potrebbero infilarsi in situazioni utili alla scrittrice per portare avanti la trama? Ho conosciuto molte ragazze e donne così, ma ne ho conosciute altrettante, compresa la sottoscritta, capaci di mettersi in situazioni particolari anche da sobrie.

Come scrittrice, trovo triste e preoccupante il perpetuarsi di questi facili escamotage. Non solo perché l’invenzione non viene messa alla prova, ma perché si creano modelli di riferimento di scarso spessore. Eh lo so, conosco l’obiezione: credi forse che la chick lit abbia un valore educativo?

In questi casi non credo che conti l’intento esplicito di educare, quanto la partecipazione di una storia e di una scrittrice a forgiare l’immaginario collettivo. Certo, in paesi che non sono l’Italia (così almeno pare dalle narrazioni che mi giungono) bere troppo e male è un’abitudine molto più consolidata che da noi. Va bene, allora, sono i loro usi e costumi, quindi li narrano.

No, non va bene, perché le aspiranti autrici di questo genere di narrativa saccheggiano a man bassa gli stereotipi dei libri più venduti. Basta dare un’occhiata nei forum dedicati: abbiamo di solito un’eroina, in gamba, che si sbronza, che incontra un uomo che sembra cattivo ma non lo è, che per fortuna ha tanti soldi eccetera eccetera…

Queste apparenti sciocchezze non offrono alle lettrici più giovani alcuna alternativa, alcuno scenario diverso. Come scrittrice non credo che il mio compito sia educare, ma non posso non considerare la responsabilità che porto con me quando parlo di donne. Perché, ogni tanto, nelle storie, vorrei trovare un’eroina in cui potermi riconoscere, senza sbronzarmi.

 

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