giovane holden

Un buon romanzo deve essere per forza lunghissimo?

Hai presente quel momento in cui stai scrivendo una storia che sembra funzionare (finalmente!) e ti viene la cattiva idea di visualizzare il numero di battute di cui è composta? Guardi perplesso quelle cifre e ti chiedi se non sia troppo corta. Perché, stando ai romanzi che acquisti e trovi nelle librerie, quale editore pubblicherebbe un romanzo che non conta almeno 300.000 battute?

Il passaggio successivo è capire come allungare un testo che a te sembra completo. Aumenti i dialoghi, aggiungi brevi descrizioni, ti concentri su oggetti che fanno parte dell’arredamento e poi, certo, ci sono gli elenchi, che Wilde, diciamolo pure, usava per tutt’altro motivo. Quando finalmente hai concluso la revisione ti trovi davanti a un testo che sembra pronto per la libreria sotto casa, ma che non è più quello che sentivi tuo.

Temo che questo dilemma riguardi oggi chiunque voglia scrivere. Un testo lungo sembra essere sempre e comunque migliore di uno corto. Un buon racconto non suscita lo stesso entusiasmo di un romanzo che racconta le stesse vicende in quattrocento lunghissime pagine. Recentemente ho recensito romanzi che avevano dalla loro parte una buona storia e una mano sapiente, ma che somigliavano anche al brodo in tempo di guerra: sempre più lungo, sempre più lungo. Come racconti sarebbero stati avvincenti, ma nessuno li avrebbe pubblicati e pochi avrebbero pagato per averli.

Qui mi tocca fare un mea culpa: è capitato anche a me di aggiungere dettagli e pagine in più perché quando ho provato a testare la mia storia con alcune amiche, erano tutte rammaricate che fosse breve. Il mea culpa vale anche come lettrice: quando vado in libreria ho l’istinto di commentare, di fronte a un volume costoso ‘ha meno di duecento pagine, perché devo pagarlo venti euro?’.

Come lettrice, la voglia di un testo che mi accompagni per molti giorni è tanta, specialmente se deve farmi compagnia di sera, quando sono stanca e non ho le energie per concentrarmi su un libro impegnativo. Abbiamo bisogno di libri pop-corn, che servono a passare il tempo, a distrarci. Un piatto di meravigliose orecchiette con sugo di salsiccia è più buono, ma termina rapidamente.

Potrei aggiungere altre considerazioni sui tempi dell’editoria che si accorciano: un lettore non aspetta altri due anni prima di leggere il seguito della storia che ha amato, ma passa ad altro, quindi lo scrittore e l’editore devono correre sempre più in fretta. Non considero di proposito, in tutta questa mia riflessione, i libri che sono scritti da chi non sa scrivere (e corretti da chi non sa correggere) o da chi è consapevole di realizzare un prodotto-libro più che letteratura.

Quello che mi chiedo, alla fine della storia, è:

Posso allungare un testo per adattarlo alle richieste di mercato?
Posso farlo in modo intelligente,
senza aggiungere elementi inutili alla storia che mi sta a cuore?

Credo di sì, anche se solo in alcuni casi e con molto, molto impegno.

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