Scrivere o lavare i piatti

di M.Barbara

Ci sono molti meme in rete su come gli altri guardano a noi scribacchini. Che siamo scrittori, web writer professionisti, blogger noti, copywriter, poco importa, è ovvio che in realtà non lavoriamo davvero. Se poi questo cincischiare con le parole avviene da casa, vediamo lampeggiare nello sguardo altrui l’idea che allora è proprio vero che non facciamo niente di che. In fondo che ci vuole a buttare giù qualche parola stravaccati sul divano?

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Oggi non mi dedicherò a convincere chi non ci conosce a comprendere la fatica (emotiva, fisica ed economica) di chi lavora nel nostro mondo, non credo sia possibile. Oggi passerò questi pochi minuti a lamentarmi. Se le vacanze scolastiche sono l’incubo di ogni genitore (tranne di quei pochi fortunati i cui figli si lanciano in attività estive parascolastiche, che poi bisogna anche poter pagare ahimè), lo sono il doppio per chi lavora da casa e in casa.

 

scrittore pazzo

Già normalmente hai un coniuge che ti guarda come se, invece di lavorare, stessi scorrendo profili su Tinder e uno o più figli ti richiamano all’ordine come se avessi scordato l’ultima poppata. Nel mio caso si aggiungono anche due gatti. Niente di che, penserete. Eh no, perché mentre mi dedico al pezzo che devo scrivere o al prossimo romanzo, la mia porta viene spalancata anche dalle due belve.

Succede anche a voi? Avvio la lavastoviglie, metto via il pranzo quasi pronto, mi chiudo in camera e puntuali arrivano: il marito che cerca qualsiasi cosa si trovi in quella stanza, mia figlia che chiede aiuto per i compiti delle vacanze (anche in agosto!), la gatta tredicenne che vuole sedersi in braccio (anche in agosto!), il gatto quattrenne che piange inseguito dalla suddetta gatta. Ooooooohm!

ohm sassi meditazione

Cambio stanza (poi ti chiedono a che serve il portatile) e all’improvviso tutti hanno bisogno di ciò che c’è esattamente in quella stanza. Già già. Nel frattempo devi svuotare la lavatrice e stendere il bucato. Se il marito è a casa puoi urlare: apri la lavatriceeeeee, stendi il bucaaaaatooooo. E poi: fai i compiti con tua figliaaaaaaa.

E mentre trascrivo nel mio diario degli attacchi di panico il loro inesorabile ritorno, un pensiero, il solito, si fa strada nella mia testa: perché lo faccio? Perché mi preoccupo di lavare i piatti, stendere il bucato, preparare la cena? Forse quando mio marito è alle prese con i suoi saggi teologico-filosofici lascia tutto per star dietro alla famiglia? No. È giusto così!

Quindi è colpa mia se corro qua e là come una forsennata? Già già. Colpa non è il termine appropriato, anche se lo usiamo spesso e involontariamente. Diciamo che contrariamente a quanto crediamo abbiamo una scelta: preparare un pranzo freddo, lasciare i piatti nel lavandino, far stendere il bucato a qualcun altro o, se non è possibile, stenderlo solo quando il pezzo è finito e siamo ritemprati (che pausa è se durante la pausa ci occupiamo dei lavori di casa?).

Strano ma vero: la maggior parte delle volte in cui ci lamentiamo del poco tempo a disposizione questo dipende dal voler fare tutto e da soli e dal mantenere sempre sullo stesso livello impegni che invece si distinguono fortemente per importanza. Stai a vedere che a quasi cinquant’anni c’è ancora tempo per crescere e per riorganizzarsi.

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