Viaggio, mi fermo, like

di M.Barbara

Ho viaggiato tutta la vita. Non grandi viaggi. Piccoli, costanti, a volte estenuanti, affollati, chiassosi viaggi da studentessa fuori sede, lavoratrice fuori sede, fidanzata fuori sede, brava ragazza cattolica alle prese con campi scuola. 
Ho appoggiato la testa contro il finestrino mille volte, cullata dalla musica nel walkman, immersa in pensieri che mi raggiungevano solo nella strana dimensione del movimento. A volte invece mi capitavano incontri particolari, strani direi e persino rivelatori

Erano tempi senza social network e più in generale senza rete. Ultimamente, ho avuto modo di pensare a come sono cambiate le caratteristiche (dalla logistica, alle emozioni) dei nostri spostamenti, anche nel caso di piccoli viaggi apparentemente insignificanti .

C’è un equivoco di fondo, forse molto filosofico, che riguarda gli smartphone, le connessioni a banda larga e i social network: quello della mobilità. Se ci pensate bene, la possibilità di accedere a Facebook, Twitter, Instagram o altre piattaforme preferite, in ogni momento della giornata, persino in vacanza, ci fa sentire liberi di muoverci, di comunicare, di relazionarci.


Donna viaggio zaino

In realtà, spesso i social ci pongono in una situazione di immobilità costante, lasciandoci stazionare in un non-luogo mentale che, inevitabilmente, ci condiziona e ci limita. 
Molte volte negli ultimi anni (in cui ho lavorato prevalentemente online) mi sono resa conto che in qualche modo ero sempre in bacheca, a elemosinare un riscontro alla mia esistenza.
Il silenzio emotivo dei social, quando decido di sganciarmi dalla rete anche solo per pochi giorni, è temporaneamente destabilizzante.

Sono convinta che il viaggio debba comportare, per quanto breve (nel tempo e nello spazio) una perdita della propria coscienza stanziale. Ma questa perdita può esistere se porto il non-luogo con me? Può esistere se lascio che Google Maps mi protegga anche dalla sola sensazione di spaesamento e perdita delle coordinate che solitamente mi aiutano ad orientarmi?
La nostra mobilità interiore si perde nel paradossso del posso essere ovunque con il mio iPhone. I Phone, I stay.

A volte questa immobilità si traduce persino in un’eterna presenza a se stessi. Diventiamo produttori di contenuti istantanei e riproduttori di contenuti altrui spesso mai metabolizzati. Andiamo a caccia di like, di menzioni, di link. L’approvazione collettivo/emotiva diventa un’esigenza prioritaria.

Le storie però richiedono tempo, una scomposizione e ricomposizione del nostro io, della narrazione su noi stessi e sul mondo esplorato, ma anche di quella narrazione “altra” che il mondo ci presenta e che si incastra con quelle precedenti.

Il viaggio ci lascia disorientati, mobili, altri, modificati: un puzzle simile al precedente, i cui confini sono stati spostati e gli incastri resi diversi. Il viaggio agisce anche dopo il suo termine: lavora ancora ai nostri significati e alle nostre mappe. La composizione e il significato degli esiti del viaggio si palesa solitamente a posteriori e in termini diversi da quelli immaginati.

La memoria del viaggio, anche, non è mai una memoria esatta, e anzi si compone di due tempi: uno rapido, istantaneo (modalità Instagram) ed uno più lento e masticato (modalità blog).

Infine, non dimentichiamolo, il viaggio è silenzio.