Raccontare il dolore, col tempo

di M.Barbara

Mi riduco sempre all’ultimo momento quando devo scrivere i post di Natale: mi piace lasciarmi ispirare dall’atmosfera che respiro intorno a me e che è diversa di anno in anno. Ero lì che ci pensavo qualche giorno fa e contemporaneamente elencavo gli amici da chiamare, quelli lontani, quando il mio cellulare ha lampeggiato.

È morto *, leggo sul display e mi sono sentita crollare in tanti pezzi. Era il primo della lista da chiamare, una persona che ho incontrato il primo anno delle superiori e con cui sono rimasta in contatto negli anni, inseguendoci nelle città in cui abbiamo vissuto e raccontandoci, con discrezione, quello che accadeva nelle nostre vite.

Le nostre figlie si sono conosciute per telefono perché negli ultimi tempi non riuscivamo a trovarci nella stessa città contemporaneamente, lui a Lecce e io a Bassano. Alla sua, ho raccontato di quanto fosse gentile suo padre e degli strani professori che ci toccavano in sorte (giuro, strani sul serio).

Capita raramente, ma capita nella vita, di incontrare persone buone, che non ti fanno mai del male, neanche involontariamente. Anime gentili, che spesso gli altri scambiano per persone senza carattere, specialmente nel mondo dei cosiddetti ‘maschi’, in cui se non sfoggi un atteggiamento forte e sprezzante non conti granché (terribili i tempi del liceo).

In questi giorni la mia mente è vuota. Non riesco a pensare a frasi costruttive (vivere il presente, godere di ogni attimo, rivalutare gli amici) e non riesco ad ascoltare musica. Anche se, avendo una figlia, non posso non arginare i miei sentimenti.

Ho persino riprovato a scrivere, rendendomi conto, ancora una volta, che il dolore profondo è possibile raccontarlo solo dopo molto tempo, quando ci ha in qualche modo ‘lavorati’. Ci sono perdite di cui, a distanza di vent’anni, non riesco a parlare né a scrivere perché ancora attonita, per dire, perciò sarà difficile trasportare le proiezioni di questa storia in un romanzo o in un racconto.

In testa mi risuona un ritornello di Alanis Morissette, passato pochi giorni fa in radio:

You live you learn, you love you learn
You cry you learn, you lose you learn
You bleed you learn, you scream you learn

Il mio amico, involontariamente, mi ha insegnato che la bontà non è un atto che si perde nell’ignoranza e nella supponenza altrui e non va disperso. La gentilezza semina, produce frutti, la mitezza racconta ed edifica. Non attecchisce ovunque, perché non tutti i terreni umani sono coltivabili, ma in chi è pronto lascia segni indelebili. Credo di aver imparato una volta per tutte che la vita ha più senso, comunque vada, se riesci a seminare una traccia simile dopo il tuo passaggio.