I romanzi come antidoto alla vita

di M.Barbara

A volte mi chiedo se questa sorta di mite snobismo con cui i forti lettori guardano ai non lettori non sia in realtà una copertura per problemi ben più gravi. Sono di parte, ovviamente, visto che potrei essere definita una lettrice compulsiva. Ci sono stati, però, due momenti della mia vita in cui non ho letto e li ricordo bene perché il primo ha seguito immediatamente la mia laurea.

Non ne potevo più di stare sui libri, le lettere mi ballavano davanti agli occhi e, inoltre, avevo lavorato talmente in fretta su quella tesi, per non perdere tempo utile, che il mio cervello era sovraccarico di nozioni, pensieri colti e articolati, riflessioni profonde sull’arte e sulla psicoanalisi. Era luglio e quella fu la mia prima estate senza libri.

Un altro periodo in cui ho letto non dico niente, ma molto poco è invece più recente. Qualche anno fa, a seguito di una cura, mi sono ritrovata piena di forze come non mai (niente di che, stavo combattendo la mia solita stancante sideropenia). Per la prima volta, sperimentavo un eccesso di energie. Mi sono abbuffata di camminate, di esercizio fisico e non era più così attraente lo starmene sul mio divano a leggere. Una stranissima sensazione, devo ammetterlo.

Oggi, in cui ho ripreso la mia solita anemia e i miei soliti ritmi, ci sono settimane in cui leggo tre (leggeri) romanzi per volta. Se non leggo scrivo o guardo serie tv. Per lavoro, mi occupo di lettura e scrittura, quindi si può ben immaginare la mia vita come un bagno in una vasca piena di parole.

Ora, mentre ripensavo ai momenti della vita trascorsi senza libri, ho recuperato alcune dimenticate sensazioni: quella, per dire, di avere i piedi per terra; quella della concretezza dell’esistenza, fatta di asfalto, raggi del sole, vento freddo, persone incontrate per strada, commissioni da fare; quella del corpo scattante che bruciava calorie e si sentiva in forma.

Mumble, ha borbottato la mia testa. Mi è così venuto in mente un film: The Jane Austen Book Club. Un gruppo di donne alle prese con vari problemi personali (tradimento, solitudine, incomprensione) si ritrova per leggere Jane Austen come antidoto alla vita.

Io leggo anche quando sono particolarmente felice o soddisfatta. È però innegabile che, tra attacchi di panico, agorafobia o il più recente lutto da elaborare, i libri mi appaiano come un posto felice, in cui tutto il dolore scompare e non temporaneamente, come si potrebbe credere.

Perché quando torno alla realtà, ci sono i soliti problemi da affrontare, ma dentro di me è rimasto un po’ dell’eroismo o del senso dell’umorismo delle protagoniste dei romanzi che ho letto. Perché sapere che può esserci un pianeta, una dimensione, un modo diverso di affrontare la vita mi dà la carica per quel pezzettino di strada che devo percorrere quando ho spento il mio Kindle.

Mi sa che mi chiederò sempre se noi lettori compulsivi siamo dei corridori in fuga o se invece rifiutiamo una sola interpretazione della realtà, una segnaletica univoca, per poterci perdere, per imparare come orientarci tra i nostri sentimenti, per immaginare nuovi orizzonti da costruire a libro chiuso.

L’unica sensazione che in questo oscillare rimane abbastanza ferma è che siamo effettivamente strani, specialmente agli occhi di chi non legge. Dobbiamo spesso difendere questa passione, che sembra non essere salutista tanto quella per lo sport, per esempio (anche se, stando alle ultime ricerche, forse stiamo allenando le nostre cellule cerebrali.)

Ora vado, mi aspetta un noir tutto italiano, anzi meridionale, scritto da Giorgia Lepore. In questo caso, nessuna fuga dalla realtà, anzi il ritorno in quella che ho lasciato diciotto anni fa, per seguire un amore veneto. Mai sottovalutare testimoni di omicidio che parlano in barese!